Progettazione della natura (ep.6): il Medioevo (seconda parte)

Pubblicato il 16 novembre  2024 alle ore 7:42

Maestro d'Antoine Rollin, Giardino Murato, miniatura del manoscritto Le livre del échecs amoureux (Evrart de Conty) - fine XV sec.

Utilizzati sin dall'epoca antica (hortus e viridarium), i giardini si diffusero in età medievale aggiungendo il termine gardinium, latinizzazione del germanico gart, da cui deriva l'attuale giardino.

L'erbarium invece faceva riferimento a piccoli orti di monasteri e castelli dove venivano coltivate le erbe per uso farmaceutico o culinario. Il pomarium definiva un frutteto che poteva fungere da luogo di svago.

Si modifica e si arricchisce così lo scenario agricolo-ricreativo del l'epoca che risponderà alle esigenze e alle tipologie e il livello sociale in cui essi vi si collocano. 


Il verziere

Una celebre descrizione di un giardino e dei giochi d'amore in stile raffinato è riportato in un poema della cultura cortese. Le roman de la rose, scritto da Guillaume de Lorris (nel 1200-1240 circa), narra della conquista della dama tanto desiderata quanto sfuggente. Ed è l'amata a dischiudere al cavaliere l'accesso impenetrabile:

" Senza dire parola entrai nel giardino; sappiate che credetti di entrare nel paradiso terrestre; il luogo era così delizioso che pareva essere di natura celeste [...] mi spinsi avanti e poi a destra, lungo un piccolo sentiero pieno di finocchio e di menta [...] Mi colse il desiderio di vedere il verziere di farne il giro e ammirare i bei lauri, i pini, i noccioli e i noci. Le danze erano già finite e gran parte dei danzatori erano ormai andati all'ombra a prendere il fresco e far la corte alle loro amate"

Un secolo più tardi Boccaccio narrò, nel Decameron, dei giardini che andavano sorgendo sulle colline fiorentine e nella terza giornata il poeta descrive il verziere di una tenuta dove insieme ad un gruppo di amici si era rifugiato per sfuggire all'epidemia di peste che colpì Firenze nel 1348.

Il barco

Esponenti della monarchia, del clero e grandi feudatari, ebbero anche, per diletto delle loro corti, parchi recintati che raccoglievano animali (lepri, cervi, conigli, uccelli) per il solo piacere di ammirarli.

Entrò così in uso il termine di barco, denominazione estesa anche ai parchi venatori, recinti che racchiudevano terreni boschivi destinati alla caccia, situati per lo più lontano dalla città.

Il terreno di caccia di un nobile con un lago ( miniatura, da una traduzione francese del testo di Pietro de' Crescenzi, 1485 circa)

Alcuni parchi raggiunsero dimensioni ragguardevoli e contenevano un panorama di accorgimenti destinati a sorprendere gli ospiti. Era l'emblematica creazione di una nobiltà che attraverso le Crociate era entrata in contatto con la tradizione dei giardini islamici e bizantini, riportando così l'effetto suggestivi dei paradeisos in Europa. E' il caso del "Piccolo Paradiso", un hortus conclusus di grandissime dimensioni dove il conte Roberto II d'Artois creò nel borgo di Hesdin un celebre parco delle meraviglie con peschiere, gabbie per uccelli, giardini, campi per tornei e soprattutto alcuni "automi", ossia statue animate da meccanismi capaci di lanciare (a mo' di scherzo) schizzi d'acqua e polvere di farina sui visitatori, mentre altri li invitavano col movimento delle braccia a dirigersi verso il padiglione del banchetto.

Queste fantasiose soluzioni anticiparono quelle che nel rinascimento sarebbero diventate di comune utilizzo nei grandi giardini nobiliari.


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