L'arte del caso: il Dadaismo
Pubblicato il 28 settembre 2024 alle ore 9:28
La necessità di esprimere ciò che abita l'uomo e che regola i suoi pensieri è da sempre la caratteristica che definisce la sua stessa essenza. L'uomo è capace di provare emozioni, di analizzarne i movimenti, elaborare quello che esse suscitano e come modificano il proprio stato d'animo.
L'arte è da sempre espressione di tutto questo. E' veicolo di comunicazione, e in qualche modo, come una fotografia, riesce a definire secondo i suoi criteri, uno stato emotivo eterno, capace di suggestionare per sempre.

Dalle rappresentazioni rupestri impresse sulla roccia nel paleolitico all'orinatoio di Duchamp, l'arte è da sempre capace di trasferire in "materia" tutto ciò che rappresenta il momento storico, culturale, sociologico del tempo.
E' evidente che tra le due c'è in mezzo un lungo percorso che ha "strutturato" regole formali (insieme alla tecnica), che hanno permesso all'arte di rispondere a requisiti "artistici".
E ciò che accade a partire dalla prima guerra mondiale in poi decreterà la frattura con quei criteri formali che consentiranno ai nuovi artisti di raccontare qualcosa di diverso e con un nuovo linguaggio.
La "tensione" sociale

Tutte le Avanguardie, sono caratterizzate dalla volontà di raccontare il disagio e la precarietà di una condizione sociale che barcolla tra promesse e pericolo, tra propaganda e distruzione.
Tutto diventa relativo, anche l'arte. Essa perde la sua forma descrittiva, etica ed estetica, divenendo il veicolo per comunicare un senso che è evidentemente altro rispetto all'arte così come essa è intesa.
Il cubismo, il futurismo, l'astrattismo, il surrealismo, la metafisica, sono alcuni di questi nuovi linguaggi.
Fra tutte le Avanguardie storiche, il Dadaismo fu la più radicale. Nacque in tempo di guerra, contro la guerra e contro tutta la cultura che l'aveva generata, comprese anche le Avanguardie artistiche precedenti.
Nata in due distinti focolai (Zurigo e New York) nel 1915, fu un movimento caratterizzato da uno spirito di rivolta contro le istituzioni e i valori tradizionali, finendo per legittimare come procedimento artistico quasi ogni tipo di azione, mutando completamente la concezione estetica e lo stesso ruolo dell'artista.


Così come in precedenza i versi della poesia descrivevano le scene e le suggestioni di luoghi ed emozioni e così come la pittura dettagliava ombre e colori per trasmettere la profondità dei sentimenti, il linguaggio dadaista utilizzava la performance del caso; la guerra stava dimostrando che il progresso portava la società verso condizioni di vita diverse, imprevedibili. Tra gli esponenti del movimento dadaista è importante sottolineare il ruolo di Hugo Ball (imprenditore teatrale e poeta fuggito dalla Germania per non andare alle armi) che si rifugiò in Svizzera e qui aprì un ritrovo, il Cabinet Voltaire dove avevano luogo improvvisazioni teatrali. Tra le mura di questo chiassoso locale strapieno di ragazzi poco più che ventenni, animati da uno spirito anarchico e goliardico si recitavano poesie senza senso, musiche e rumori cacofonici.
I Dadaisti non volevano proporsi come rivelatori di realtà nuove ma come portatori di un nuovo modo di fare e di conoscere, un nuovo linguaggio appunto, fondato sul dubbio, sulla perdita di fiducia in qualsiasi sistema.

Hans Arp, Tristan Tzara, Hans Richter (Zurigo, 1917-18)
Nel Manifesto Dada di Tristan Tzara pubblicato sulla rivista Dada nel luglio 1918, si legge che il nome DaDa si riferiva alla coda della vacca sacra dei negri Kru, oppure era riferito al nome di una contrada d'Italia, o forse la doppia affermazione in lingua rumena e russa: DADA.
Nell'evidente volontà di confondere e lasciare nel dubbio, il movimento dadaista si diffonde nell'arco di pochi anni, contagiando diverse forme di espressione culturale.
Fare piazza pulita e ricominciare da zero con disincanto, ma anche con una creatività libera da ogni vincolo formale o etico.


A dispetto di quanti ancora oggi ritengono che i suoi ready-made siano una provocazione banale e senza gusto, il Grande Vetro di Duchamp è un'opera complessa strettamente legata alla capacità di fare progettazione artistica. Ne emerge però un pensiero cinico: la vita è un moto meccanico di azione e reazione, casuale ed imperfetto, reso perpetuo dal costante desiderio di generare e dall'impossibilità di soddisfarlo una volta per tutte.

Molti studiosi hanno insistito su interpretazioni di carattere esoterico a cui peraltro l'autore non avrebbe mai risposto, sottolineando quanto possa essere tutto, in fondo, libero di qualsiasi interpretazione proprio perché scaturito dal caso.
L'arte non è più "arte". L'arte non è funzione di capacità artistiche.
Come una metafora, come un'allegoria.
L'arte non è nelle mani. L'arte è nella testa.
(Daniela)
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